Anche i Ricchi Soffrono di Spleen: il Diario Intimo di Valery Larbaud

di Mario Turno - Dietro le quinte - 29 Gennaio 2016

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Schemi e categorie. Senza di essi non riusciremmo nemmeno a percepire la realtà fenomenica, è assiomatico. Eppure a volte sono ostativi perfino alla più elementare delle indagini psicologiche poiché ingabbiano il nostro raziocinio in formule che, come ad esempio i prefabbricati, possono servire per un’emergenza (speculativa, relazionale, sociale) ma si rivelano inadatti ad utilizzi più esaurienti. Su quello che si risolve spesso in uno dei più marchiani fraintendimenti dell’individuo opera un vero e proprio ostruzionismo poetico il bel libro di Valery Larbaud A.O. Barnabooth – Il suo diario intimo, da noi letto nel volume pubblicato nel 2005 da Editori Riuniti (collana Bookever) con la traduzione di Angelo Bianco.

Uscito per la prima volta nel 1913 alla vigilia di un conflitto previsto a causa delle esacerbazioni nazionalistiche pulsanti in tutta Europa, il libro dello scrittore francese rifugge dai venti guerreschi della sua epoca per delineare invero un ritratto personalistico di un’anima lacerata che sembra vivere fuori tempo massimo le ideologie liberali del vecchio continente. Come ha scritto Eugenio Montale: «Larbaud infine non si intende se non si accetta, poco o molto, il mito che illumina l’opera sua: il mito dell’uomo europeo», quel mito dell’uomo europeo civilizzato e cosmopolita che sarà pero spazzato via dalla più bieca Storia.

L’eponimo protagonista del racconto narra in prima persona (a volte falsa, come la finta soggettiva cinematografica: si vedano i dialoghi letterari che cominciano in prima, continuano in terza e finiscono, un po’ arzigogolamente, di nuovo in prima) la sua dorata stasi esistenziale. Archibald Olson Barnabooth è infatti un giovane di ventitré anni che, a causa di una ricchezza spropositata che l’ha avviluppato nella bambagia, vive tutte le idiosincrasie adolescenziali in maniera dilatata e ovattata in un periodo della vita in cui dovrebbe oramai essere giunto a maturazione un decisionismo vigoroso.

E invece il protagonista del romanzo di Larbaud si lambicca continuamente tra piagnistei psichici ed esagerati autocompiacimenti caratteristici di quell’età ingrata che egli sente ancora propria. Innanzitutto non è ancora riuscito a venire a patti con la sua condizione di privilegiato, tanto da scadere quasi sempre negli eccessi umorali: o si dedica a un compulsivo shopping (di raffinati fazzoletti o modesta masserizia, poco importa) o liquida tutto il suo enorme patrimonio a nobili europei che incontra durante le sue inquiete peregrinazioni. Si lamenta continuamente perché gli altri vedono in lui non altro “che l’uomo ricco”, quando in realtà fa di tutto per essere riconosciuto come tale. La società non va oltre gli schemi, è vero, e difatti non riesce a concepire come un uomo così straordinariamente danaroso possa contemporaneamente essere un individuo dotato di alta cultura e sensibile ingegno.

Soltanto che è lo stesso protagonista a non sapersi emancipare dal vizio di assecondare le aspettative degli altri, negandole o accettandole senza mai mettere in discussione quelle categorie. Sia in disarmo che nel pieno della sua onnipotenza mercantilizia, Barnabooth nei quattro quaderni che strutturano il romanzo resta infatti un giovane che non sa nemmeno immaginarsi al di fuori del suo patrimonio di dieci milioni di sterline.

Ed è strano che l’acutezza che Larbaud gli mette in bocca riguardo ad altri aspetti della sua psiche non lo illumini in tal senso: «Il pericolo, con noi uomini, è che, quando crediamo di stare analizzando il nostro carattere, stiamo in realtà creando di sana pianta un personaggio da romanzo, cui non diamo neppure tutte le nostre vere inclinazioni. Gli scegliamo per nome il pronome singolare della prima persona, e siamo tanto sicuri della sua esistenza quanto della nostra. … L’immagine che ognuno si fa di sé: come si vede a colpo d’occhio, negli uomini maturi! In me essa non s’è ancora formata, ecco tutto, ed è ciò che mi fa credere nella sincerità della mia analisi personale. Ma senza dubbio, con gli anni, il mio personaggio si fisserà; allora, scriverò “io” senza esitare, credendo di sapere chi sia. Il che è fatale, come la morte…».

Per Barnabooth è invece, come detto, più fatale la sedimentazione dell’oggetto (giudizi sociali) che del soggetto (giudizio dell’io). Una parziale concausa di questa mancata presa di coscienza il letterato cosmopolita Larbaud/Barnabooth l’avverte nel potere mistificatorio della lettura, come nota il giovane quando riflette sulla stesura dei passati diari: «Quante frasi che già oggi non scriverei più … Eppure ero stato molto attento a non trarmi in inganno, a veder la mia vita direttamente e non attraverso le mie letture, e a lasciare qualche punto non spiegato piuttosto che accettarne spiegazioni tratte dai miei ricordi letterari».

In effetti per tutto il romanzo si ha il sentore che Barnabooth aneli allo spleen e alla tristezza artistoide senza che essa abbia in realtà motivi di allignare in un’esistenza che è tutto sommato priva di grandi eventi. Si veda il caso del mancato matrimonio con Florrie Bailey, una danzatrice plebea, da lui elevato a mistico tentativo di espiazione della sua ricchezza e che invece dai suoi amici, dal protettore Cartuyvels all’amico Putouarey, viene giustamente etichettato come un capriccio. I drammi che scuotono l’anima sono quelli di gente forse meno mobile fisicamente di Barnabooth ma che sa vivere senza gli inciampi morali di un patrimonio osceno. «Fratello mio, tu non sai, ho una ferita che nascondo… non lo dire! non lo dire! È quanto di più prezioso ho al mondo». La scelta cristallina del suo amico e mentore Stefano si esterna in un rifiuto della parola, scritta e parlata, che rivela ed inevitabilmente ammanta di letterarietà il dolore.

In questo modo Barnabooth comprende la necessità di dovere, più che dei suoi soldi, sbarazzarsi dei suoi schemi mentali: «Pubblico questo libro per liberarmene. Il giorno in cui esso uscirà sarà il giorno in cui cesso di esser autore. E lo rinnego in blocco: lui finisce e io comincio». Una nuova vita lo attende in quel paese del Sudamerica dove è nato e che ha sempre rifiutato. Per chiosare proprio con le sue parole: finisce l’avventura dell’intellettuale europeo e comincia quella del possidente americano. Le avventure nel campo delle idee valgono quanto quelle dei latifondi agricoli.


A.O. Barnabooth

A.O. Barnabooth

Il suo diario intimo

di: Valéry Larbaud

ISBN13 9788889212066

€ 6,90 anzichè € 14,00

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